Sopravvivere a Google? Per Batman è possibile

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Pubblicato il 21 settembre 2012

Ho letto con interesse e attenzione l’intervento di Salvatore Capolupo sui rischi della dipendenza da Google che la maggior parte dei siti web si trovano ad affrontare, praticamente di default, fin dal loro primo giorno di vita online.

È pur vero che, per quanto riguarda i motori di ricerca, in effetti non c’è niente di più performante di Google; nessun altra fonte può regalare al webmaster gli impressionanti numeri che talvolta Google restituisce, in termini di visite uniche, al nostro amato sito.

Diventa quindi comprensibilimente difficile rinunciarvi specie per coloro che desiderano monetizzare i propri contenuti. E’ infatti certo che, se nel nostro “negozio” non entra nessuno, sarà impossibile anche solo incassare il necessario per pagare l’affitto dei locali.

Un particolare sul quale desidero soffermarmi, un attimo prima di proseguire, è quello che riguarda gli innumerevoli post sull’argomento ‘ottimizzazione del vostro sito web‘ che si possono consultare online. E’ praticamente impossibile trovare qualcuno che vi spieghi come sopravvivere senza Google. Anzi, le migliaia di post disponibili per un eventuale approfondimento si concentrano soprattutto su come diventare amici di questo motore di ricerca così speciale ed unico.

Io stesso, nei miei primi anni come blogger, ho trascorso settimane intere e notti insonni, vi assicuro, alla disperata ricerca della formula segretissima che mi permettesse di scrivere il post perfetto per Google. Ebbene, l’avessi trovata, oggi sarei un uomo ricco;  questo è fin troppo evidente. Senza considerare che un post scritto seguendo le regole SEO serve a ben poco se non viene pubblicato al momento opportuno, ma questo è un altro discorso.

Proseguendo… quanti siti di vostra conoscenza utilizzano Adsense per monetizzare? Molti, vero? Quasti tutti, direi. Diciamo, ad essere pessimisti, un buon 90 percento. E di chi è Adsense? Di Google chiaramente.

Ecco quindi che si delinea ancora meglio l’incredibile spinta che muove un operatore del web, quasi inconsapevolmente, a mettersi in toto nelle mani di Google. In primo luogo per ricevere le fondamentali visite al sito, secondariamente per monetizzare le visite stesse grazie agli spazi pubblicitari che Adsense vi rivende ogni qualvolta una vostra pagina viene richiamata e caricata da un browser.

Google è una dittatura?

Qualche tempo fa, un mio amico pronunciò con una certa naturalezza questa breve frase: Google è una dittatura. La buttò li, nel mezzo di un discorso davanti ad una birra in una serata invernale. Non ne discutemmo oltre, in quella occasione, ma a me rimase particolarmente impressa e cominciai a domandarmi se davvero volevo essere parte di un sistema multimediale che non ha oggettivamente rivali, che gestisce praticamente tutto il world wide web occidentale e che diventa sempre più influente grazie ad acquisizioni strategiche che oramai permeano ogni aspetto della nostra esistenza, anche al di fuori della vita virtuale.

Un sistema che, tra l’atro, cambia gli algoritmi da un giorno all’altro, come è successo con Panda, e rischia di lasciarvi a piedi all’improvviso e vanificare il lavoro di mesi, se non di anni. Un sistema, e la finisco qui, che vi sospende improvvisamente l’account – a me non è successo ma basta googolare un po’ – e non ha alcun servizio di contatto con il cliente. E stiamo parlando di una multinazionale tra le più enormi che esistano sulla faccia della terra.

In pratica mi resi conto di essere diventato, nel tempo, un perfetto dipendente-pupazzo di Google. Senza contratto, pure. Io lavoravo per loro e lo facevo al meglio delle mie possibilità, e loro mi restituivano qualche soldo ogni tanto. Se vi sembra un contratto equo beh, a me, mica tanto.

Così cominciai a spremere le meningi. Perché amo cogitare prima di addormentarmi la sera.

La rivincita: si può vivere senza Google!

Dopo qualche elucubrazione di carattere tecnico e sopratutto morale sono giunto alla conclusione che avrei fatto qualunque tentativo fosse nelle mie possibilità per sganciarmi da un sistema che mi stava lentamente digerendo.

Ho cominciato quindi a lavorarci un po’ sopra.

La prima considerazione sulla quale mi sono ritrovato a ragionare è quella che attiene l’audience. Se avessi voluto rivolgermi al più vasto pubblico possibile avrei dovuto necessariamente fondare un sito web in lingua inglese. Bene, io l’inglese lo conosco discretamente, sono in grado di capirlo e di affrontare un discorso senza grossi problemi. La scarsa conoscenza della grammatica però non mi avrebbe permesso di offrire al visitatore internazionale un contenuto pulito, corretto e presentabile; avrei rischiato degli strafacioni anche ridicoli.

Quindi mi sono semplicemente lanciato nella direzione di un sito fotografico. Il web produce quotidianamente fotografie bellissime, elaborazioni digitali, illustrazioni ed infografiche originali sui più disparati argomenti. Inoltre l’immagine non ha bisogno di spiegazioni o di traduzioni. Se è bella, se racconta un messaggio curioso, si lascia comprendere da se.

Capite bene che un sito fotografico però, basato quindi sulle immagini, non può contare sull’appoggio di Google. Non trovando del testo appetibile gli spider vi lasciano semplicemente al palo. E questo in effetti è quello che è successo.

Allo stesso tempo però un ottimo contenuto non passa inosservato. Può esprimere una opinione politica, può raccontare il modo migliore per realizzare una ricetta, può semplicemente presentare delle belle fotografie , come nel mio caso. Un buon contenuto, un contenuto che stupisce, sarà sicuramente condiviso e diffuso naturalmente sul web.

I dati

Fatte queste considerazioni mi sono messo all’opera e ho cominciato a lavorare al mio nuovo progetto. Bene, il risultato allo stato attuale, che si può leggere dalle mie statistiche analytics, è il seguente.

Considerate che il sito web di cui vi parlo è online da poco più di sei mesi.

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2.82% Search Traffic
22,255 Visits
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82.84% Referral Traffic
654,294 Visits
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14.34% Direct Traffic
113,303 Visits
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0.00% Campaigns
11 Visits
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Visits: 789,861
Pageviews: 991,991

Questi risultati li leggo, personalmente, come un grande successo, specie per un sito web con un editore unico, il sottoscritto, e una direttrice artistica che è la mia pazientissima fidanzata.

Solo 22.222 visite dai motori di ricerca contro 650.000 visite dai referrals ed altre 113.000 dai link esterni. Vi dirò di più. Pur avendolo praticamente ignorato, il pagerank che Google mi regala oggi è di ben 3 punti dopo soltanto sei mesi di vita online. Probabilmente questo piccolo successo è merito della naturale evoluzione della ragnatela di link “importanti” che si è creata giorno dopo giorno. Trattandosi di arte, infatti, spesso capita di postare contenuti praticamente inediti, che in pochi hanno visto.
E’ chiaro che questa situazione si trasforma in un vantaggio dal momento in cui un utente desidera condividere con gli amici le sue più originali e belle scoperte.

E questo per quanto attiene alle visite di un sito web che non prende in considerazione le regole del Panda.

Per quanto riguarda la monetizzazione invece, e dovesse capitare l’occasione sarò felice di fare nomi e cognomi e indirizzi web, l’unica cosa che mi sento di raccontarvi, vista anche l’oscena censura che vige riguardo i dati ufficiali che non possono essere mai comunicati ad alcuno (e magari chiedetevi perché) esistono PPc decisamente più corrette, più collaborative e di molto più remunerative di quella che il famoso 90 percento di siti utilizza. Questo vale, almeno, per il mercato internazionale. Non ho esperienza diretta con quello italiano.

Perché vi racconto questo?

Dalla redazione di Webhouse mi è stato gentilmente chiesto di provare a spiegare come può un sito internet sopravvivere e prosperare senza tenere in alcun conto Google ed il suo algoritmo Panda. Io spero di essere quantomeno riuscito a raccontarvi la mia personale esperienza. Non sono un tecnico, solo un appassionato. Sarò quindi molto felice se avrò comunicato e confermato il concetto, con queste brevi righe, che un mondo senza Google esiste e prospera anche.

Lasciando al palo, per una volta, l’imperatore del web.

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