Lingua italiana: le consuetudini sono in agguato

Si parla italianoImmagine originale tratta da Fotolia
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Pubblicato il 28 agosto 2014

Utilizzare la lingua italiana in modo corretto non è importante solo nella scrittura, ma anche nel dialogo.
Vuoi convincere i clienti che il tuo lavoro vale il prezzo a cui lo vendi? Scommetto che la risposta è affermativa, quindi è utile che il tuo linguaggio sia semplice, chiaro e corretto, in un colloquio come nella stesura di documenti, presentazioni e creazioni.
Al bando paroloni raccolti chissà dove, quindi, (soprattutto se nati e cresciuti nel linguaggio aziendale) e scegli termini semplici, per arrivare dritto al punto senza che il destinatario debba consultare l’enciclopedia e interpretare il testo.
Arricchire i discorsi con frasi fatte, giri di parole, avverbi inutili o espressioni alla moda potrebbe indebolire il tuo lavoro.
Dopo il post sugli errori di scrittura, impariamo a difendere la lingua italiana dalle consuetudini: continua a leggere per conoscere ed evitare alcuni degli errori più comuni.

Comunque deve avere un senso.

Treccani.it viene in nostro soccorso per spiegarci che il comunque

  • seguito da un verbo al congiuntivo vale quanto l’espressione in qualunque modo (ricordiamo la celebre frase di Chiambretti “comunque vada, sarà un successo!”);
  • con il verbo all’indicativo era usato anticamente come avverbio di tempo e significa appena che;
  • con tono risolutivo o conclusivo sostituisce in ogni modo, per quanto, benché (“comunque, te l’avevo detto!”).

Spesso comunque è utilizzato come intercalare: rimuovere questa abitudine sarà come togliere un peso alla lingua italiana scritta e soprattutto parlata (vale anche per sostanzialmente, nella misura in cui, come dire, ecc. utilizzati in modo superfluo e non corretto).

Fenomeno piuttosto che: la moda che non abbina.

Troppe volte (soprattutto nei programmi televisivi) il piuttosto che si svela nella forma scorretta: come congiunzione disgiuntiva (“coordinativa o subordinativa che ha la funzione di introdurre un’alternativa tra due parole, due concetti o due frasi, a volte escludendo uno dei due”, definizione di Treccani.it).
Il piuttosto che può essere sostituito da anziché, introduce avversative e comparative, indica che preferisco una cosa e non un’altra. Approfondiamo.
La moda attuale del piuttosto che con significato disgiuntivo fa riferimento ad alternative equivalenti: con “possiamo andare al lago, piuttosto che al mare, piuttosto che in piscina” voglio comunicare che accetto di andare in qualunque di queste mete e l’uso di questa espressione è errato. Non solo.
C’è chi utilizza il piuttosto che anche in questo modo (scorretto): “qui puoi trovare pastasciutte, piuttosto che (oltre a) minestre, piuttosto che piatti freddi”.
L’uso corretto del piuttosto che è: “quando scrivo, preferisco essere semplice e chiara, piuttosto che (anziché, invece di) essere incomprensibile”.
Quindi evitiamo, soprattutto nella scrittura di testi web dove la lettura è funzionale alla scorrevolezza e alla velocità, di costringere il lettore a interpretare le nostre frasi. Nel dubbio sostituiamo il piuttosto che con altre espressioni:

  • invece di se preferiamo A a B
  • o se scegliere A o B non fa differenza (qui l’uso del piuttosto che sarebbe errato)
  • e se vogliamo entrambe le cose, sia A, sia B (vale quanto scritto sopra).

Tutte cose: come e quando utilizzare questa espressione nel modo corretto.

Fa parte degli aggettivi indefiniti, può essere femminile o maschile, singolare o plurale. È accompagnato da articoli, determinativi o indeterminativi, oppure da dimostrativi, pronomi o aggettivi.
Sto parlando di tutto, l’aggettivo intendo. Quello che indica una quantità come interezza, se utilizzato al singolare, o come totalità, se al plurale: ad esempio tutto uno scherzo, tutti quei soldi.
All’interno di una frase il tutto precede articolo e sostantivo. Solo in rari casi li segue come, ad esempio, la città tutta partecipa al dolore dei familiari delle vittime.
A volte la disposizione tutto + articolo + sostantivo varia. Vediamo insieme i casi che cita l’Accademia della Crusca:

  • quando il sostantivo non richiede l’articolo (ad esempio tutte scuse!)
  • nelle espressioni di uso comune che sostituiscono gli avverbi come a tutta birra
  • se utilizzi tutto come avverbio (ad esempio tutto muscoli)
  • quando è necessaria la congiunzione tra il tutto e il numerale (tranne uno): tutte e cinque le dita.

L’espressione tutte cose rientra nel linguaggio comune se è seguita da un aggettivo, come sono tutte cose importanti, oppure da una relativa, ad esempio ho regalato tutte cose che gli possono servire.
In altri casi l’uso di tutte cose è limitato alla letteratura (prima dell’Ottocento) e al dialetto, soprattutto meridionale.

Come dire cosa?

Sei a una conferenza, dietro il microfono sul palco, e stai esponendo al pubblico la tua presentazione. A un certo punto la tua attenzione viene attratta dalla caduta di una matita. Continui a parlare, ma ti sfugge il termine esatto: cosa fai?

  1. Resti a bocca aperta fino a quando lo ricordi.
  2. Con un geniale giro di parole dai tempo alla tua mente di recuperare il termine perduto.
  3. Pronunci quel fatidico come dire al posto del giro di parole.

Diffida della prima opzione e scegli la seconda. Se non è il tuo giorno fortunato e non trovi neanche quelle parole, allora ti è concessa la terza opzione.
Il come dire utilizzato in questo modo è accettabile, perché la sua funzione è questa. L’uso continuo e immotivato dell’espressione, invece, è nocivo e provoca danni alla salute mentale dei tuoi ascoltatori.
Umberto Santucci, esperto in comunicazione, scrive “modi di dire, interiezioni, tic verbali assimilati attraverso programmi televisivi o personaggi alla moda, come sacchetti abbandonati lungo il fiume, sono la traccia riconoscibile dei microinquinamenti comunicativi da mass media”.
Il come dire, quindi, non va utilizzato come intercalare (“sono abbastanza come dire sveglio per rispondere”), ma solo se ti scivola mentre stai cercando di recuperare dalla punta della lingua quello che avevi in mente di dire oppure se non conosci la parola esatta. Ad esempio è corretto “Vorrei – come dire? – un mucchietto, una manciata, di castagne”, perché non sai come definire la quantità.
Santucci dà un’altra possibilità al come dire, che può essere utilizzato per virgolettare un concetto: “il tuo vestito è, come dire, quasi abbagliante”.
Interiezioni, luoghi comuni, frasi fatte… cestina tutto e scegli la semplicità: sarai più comprensibile, originale e piacevole da ascoltare.

Engliano? No, italish!

Ci sono parole che noi umani… e italiani possiamo utilizzare nella nostra lingua. Vuoi un esempio? Anna Maria Testa, nel suo Nuovo e Utile, ci fornisce un elenco di 300 parole ed espressioni. Ne scelgo alcune più comuni.

  • Abstract: riassunto, sintesi
  • Alert: allarme
  • All inclusive: tutto compreso
  • Asset: beni, risorse
  • Attachment: allegato
  • Benefit: vantaggio, indennità
  • Body copy: testo pubblicitario
  • Brand: marchio
  • Budget: bilancio, previsione di spesa
  • Corebusiness: affari, attività principale
  • Business card: biglietto da visita
  • Cash: contanti
  • Cheap: economico
  • Check up: visita di controllo
  • Coffee break: pausa caffè
  • Coming out: dichiararsi
  • Community: comunità
  • Convention: convegno, assemblea
  • Corner: angolo
  • Counseling: assistenza, terapia
  • Coupon: buono
  • Customer care: assistenza clienti
  • Deadline: scadenza
  • Developer: sviluppatore
  • Eco-friendly: ecologico
  • Endorsement: sostegno, approvazione
  • Evergreen: classico, intramontabile
  • Fake: falso, imitazione
  • Fashion: moda
  • Feedback: commento, riscontro
  • Finger food: stuzzichini
  • Flyer: volantino
  • Headline: titolo
  • Jobs act: legge sul lavoro
  • Know how: conoscenza, competenza
  • Location: sede
  • Low cost: economico
  • Markup: commissione
  • Mission: missione, obiettivo
  • Must: imperdibile
  • On air: in onda
  • Outfit: completo
  • Packaging: confezione
  • Pattern: struttura, composizione
  • Performance: prestazione
  • Premier: primo ministro
  • Problem solving: risoluzione dei problemi
  • Review: revisione, controllo
  • Safety: sicurezza
  • Selfie: autoscatto
  • Smart: sveglio, brillante
  • Stand: spazio, padiglione
  • Stakeholder: attori coinvolti, portatori di interesse
  • Storytelling: narrazione
  • Target group: gruppo di riferimento
  • Team: squadra
  • Tool: strumento
  • Up to date: aggiornamento
  • User friendly: facile da usare
  • Vision: visione
  • Wellness: benessere
  • Workshop: laboratorio, seminario

Il suggerimento non è evitare questi termini in lingua inglese, ma di utilizzarli con persone che sanno di cosa stai parlando e nei luoghi adatti: non parli di coffee break a un imbianchino a cui vuoi offrire caffè e biscotti, non chiami cash i contanti che richiedi a un dipendente delle poste. Sia chiaro: ti capirebbero ugualmente, ma se l’interlocutore ti dovesse guardare con una strana espressione sul volto, io ti ho avvisato!
In ambito professionale (nel marketing, ad esempio), invece, alcuni termini come customer care sono comuni e il loro utilizzo è libero da incomprensioni. Possono fare eccezione i rapporti con alcuni clienti: molti responsabili di aziende, ad esempio, preferiscono ascoltare termini semplici e italiani, per un linguaggio più diretto e più vicino al loro modo di vedere le cose. Dunque, scegli bene!

Raccontaci nei commenti una tua esperienza o rivela la tua opinione su frasi fatte, parole alla moda e strafalcioni!

  • Oliver Lawrence

    Articolo interessante; in larga misura, le stesse cose valgono quando si vuole scrivere in inglese.

    Cioe’, se ti devi rivolgere a interlocutori anglofoni, es. per tradurre un sito web aziendale, scrivere bene in inglese ha lo stesso valore e esige la stessa cura. Se e’ importante esprimersi in modo chiaro, semplice, incisivo e elegante in italiano, allora lo e’ anche in inglese.

    Quindi bisogna assolutamente evitare tentativi dilettanteschi ‘fai da te’, e conviene trovare un collaboratore serio, professionale madrelingua inglese esperto nell’arte di scrivere bene.

    • Martina Guglielmi

      Grazie per la tua osservazione Oliver.

  • Marcello Teofilatto

    Tradurre “counseling” con “assistenza” o “terapia” è sbagliato. Il primo termine è troppo generico (l’assistenza può essere sanitaria, fiscale e così via), il secondo si riferisce, in ambito psicologico, alla cura di disturbi del comportamento. Il termine “counseling” si riferisce invece a quelle situazioni che, pur rappresentando un problema per la persona, non richiedono un intervento terapeutico (per es. l’orientamento scolastico e professionale). Le varie associazioni italiane di counseling hanno scelto di non tradurre il termine: un buon equivalente è semmai “colloquio o relazione d’aiuto”. Saluti.

    • Martina Guglielmi

      Grazie Marcello per il tuo commento. È importante infatti che ogni termine rispetti il contesto in cui si trova, perché è possibile che abbia più di un significato o riferimento. Purtroppo una spiegazione esaustiva avrebbe richiesto molte più informazioni, che provvederò a scrivere magari in un altro post. Grazie e buona giornata

  • Dorothea

    Bell’iniziativa, utile per portare un po’ di pulizia, semplicitá e eleganza.
    Vorrei aggiungere due parole che rientrano in due categorie distinte:
    – assolutamente
    – welfare

    La prima super usata, si sente “in ogni dove” e in qualunque occasione.
    La seconda é comparsa ad un certo punto nel mondo politico italiano (ma perché?!?!) e non si sa nemmeno se per sostituire il nome del ministero del lavoro o quello della salute. Incomprensibile, ingiustificabile, ma soprattutto decisamente inutile.

    Grazie e saluti.

    • Martina Guglielmi

      Grazie a Te, Dorothea, per aver aggiunto agli elenchi altre consuetudini e condivido il tuo parere!

    • Antonio Ricciardi

      Welfare (contrazione di welfare state) non fa riferimento né al ministero del lavoro né tantomeno a quello della salute: si riferisce invece allo “stato sociale”, ossìa all’insieme dei servizi che lo stato eroga in maniera gratuita ai cittadini. Ora, siccome il Ministero del Lavoro è anche il Ministero delle Politiche Sociali, allora viene usato (in parte impropriamente) il termine Welfare. Ma non è inutile: fa riferimento ad un qualcosa di specifico e importante che rappresenta un cardine della struttura dello Stato.

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