SEO in italiano e in inglese: ecco alcune differenze

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Tempo stimato di lettura: 7 minuti, 21 secondi
Pubblicato il 5 marzo 2012

Il modus operandi in ambito SEO tende a cambiare notevolmente a seconda della nicchia di mercato di cui ci si sta occupando: questo è piuttosto evidente, in particolare, ottimizzando siti web in lingua italiana e, ad esempio, in inglese. Riporto questi due esempi poiché ho effettuato operazioni tipiche per la promozione dei siti in entrambe le lingue e diverse sono state le cose che mi sono saltate all’occhio.

Le differenze esaminate sono relative principalmente alle seguenti attività SEO:

  • scrittura di comunicati stampa, recensioni ed article marketing;
  • realizzazione di link bait efficenti mediante widget e mash-up;
  • pratica di backlink building;
  • diffusione dei contenuti mediante social news/network.

Tradurre il testo e conoscere la lingua

Per noi italiani questo primo punto può sembrare grossolano, ma vi garantisco che fa la differenza: questo è rilevabile anzitutto nelle pratiche di article marketing che usualmente facciamo per promuovere i nostri siti.

Mentre in Italia i vari “articlemarketing.qualcosa” accettano qualsiasi cosa – a patto che sia pressappoco sensata e scritta in italiano più o meno leggibile – questa pratica pone invece dei limiti rigidissimi per quanto riguarda  molti portali che raccolgono articoli negli Stati Uniti. Penso, per fare un esempio, al notissimo EzineArticles: redatto da oltre 430.000 articolisti, impone delle regole editoriali piuttosto ferree, che sono talmente complesse che hanno deciso di diluirle in un’apposita newsletter, da ricevere giornalmente.

Gli accorgimenti da seguire sono davvero tanti (anche un’apice singola o doppia, a volte, fa la differenza!) e mi è capitato di dover sottomettere gli stessi articoli anche 3-4 volte consecutive: del resto, dopo la stretta imposta da Google contro le content farm e gli articoli su commissione poco utili all’utente, la mossa appare decisamente comprensibile. Peraltro essa garantisce un’autorevolezza al sito davvero notevole e permette di effettuare strategie di promozione molto mirate.

Di contro, in Italia facciamo article marketing non sempre di livello, non esiste affatto il concetto di guest posting, ognuno scrive nel proprio blog – con pochissime eccezioni – e a volte tende a non concedere backlink quasi per dispetto. Quindi la concorrenza tende a spostarsi sulla quantità di articoli che vengono scritti, piuttosto che sulla qualità: se risulta relativamente agevole produrre 5 articoli al giorno in italiano per posizionare un sito, non possiamo certo dire lo stesso per l’ottimizzazione di siti in inglese.

In inglese ci sono più risorse

In Italia Facebook e Twitter – solo in parte StumbleUpon e Linkedin – sono strumenti usatissimi per la promozione dei propri siti presso gli utenti: in altri paesi viene usato molto Youtube, ad esempio, mentre sono disponibili un’ampia gamma di strumenti social alternativi.

Questi servizi hanno un pubblico magari di nicchia, a volte, ma sempre piuttosto attivo e presente. Da noi al massimo spopolano OkNotizie, DiggIta e pochissimi altri, senza contare i piccoli portali di social news “cloni” che contano, con rispetto parlando, come il due di picche: nel panorama inglese c’è invece una vastissima scelta di strumenti e ha senso pensare di promuovere i contenuti mediante software automatici che postino lo stesso articolo, ad esempio, letteralmente su centinaia di reti sociali differenti.

Da noi c’è un panorama decisamente più piatto, se vogliamo meno consono, allo scambio di informazioni e molti strumenti avanzati che possono essere utilizzati a scopo SEO in entrambe le lingue – e non mi riferisco ai soliti: penso, ad esempio, a Yahoo! Pipes – non sempre si riescono ad adattare agli scopi prefissati per l’Italia, visto che il lettore medio italiano, in molti casi, esige il testo della pagina nella propria lingua.

In Italia si produce meno traffico rispetto agli altri paesi

Sappiamo bene che al cliente, spesso, interessa incrementare il numero di visitatori e, in alcuni casi, si guarda al numero di lettori realmente interessati al prodotto che, ad esempio, viene proposto in un sito di e-commerce.

Di fatto, nonostante spesso ci dicano che il mercato di internet è in espansione, il numero di utilizzatori medi in Italia appare decisamente inferiore rispetto a quello di altri paesi (nell’esempio ho considerato per il confronto: Svezia, Stati Uniti, Portogallo, Francia, Regno Unito, Finlandia, Polonia, Svizzera, Australia). Al tempo stesso lavorare nel panorama dei siti in inglese è certamente più affascinante, ma significa scontrarsi con difficoltà totalmente diverse, dettate anzitutto da una concorrenza più matura, più efficace oltre che molto più numerosa rispetto a quella italiana.

In Italia si commenta poco

È una considerazione che mi sento di fare dopo aver visto, per fare un esempio concreto, alcuni articoli (ad esempio di SEOmoz) scritti in inglese e gli stessi, di fatto, tradotti in italiano.

Il rapporto del numero di commenti nell’uno e nell’altro caso è piuttosto imbarazzante (ad es. centinaia, a volte migliaia, di commenti contro poche decine). In Italia il navigatore va sempre di fretta, non riesce a concentrare la propria attenzione sulle analisi approfondite e questo si riflette indirettamente anche sui CTR (Click-though Rate) dei banner, i quali vengono spesso ignorati. Inutile quindi sottolineare quanto possa essere frustrante essere limitati nell’utilizzo dei commenti all’interno dei blog italiani, che solo in alcuni casi concedono il dofollow, mentre in molti altri sono soggetti a moderazione e non permettono, a volte, nè backlink contestuali nè tantomeno, purtroppo, critiche ai contenuti degli articoli.

Le modifiche algoritmiche di Google non arrivano in tempo reale

Sono certo che se un giorno Matt Cutts scrivesse che Google ha fatto le modifiche X, Y e Z, tutti si affretterebbero a comportarsi di conseguenza, facendo in modo che X, Y e Z non “danneggino” il proprio sito. Pensare di essere al centro del mondo, in generale, è un atteggiamento sbagliato e fuorviante: di fatto, è importante seguire le novità di Google, ma al tempo stesso è essenziale capire che esse non si propagano a velocità infinita, ma possono richiedere anche diversi mesi prima della loro attuazione.

Quindi ricordiamoci sempre di questo fatto, per evitare isterìe collettivi piuttosto inutili come già avvenuto, ad esempio, con Google Panda (tutti a rivedere i contenuti) o il recente “above the fold” (tutti a rimuovere banner). Se leggiamo dunque di una novità in un blog inglese, facciamo caso ai paesi in cui ciò sembra essere valido, prima di prendere contromisure che rischiano di non essere tali.

Le statistiche non si posson0 adattare come se nulla fosse

Questo ultimo punto deve essere espresso con grande chiarezza, perchè è davvero essenziale: richiamo alla mente, a riguardo, i primi articoli su Google Panda che uscirono fuori più o meno un anno fa. All’epoca si fece un gran parlare di questa nuova modifica algoritmica, delle conseguenze e delle contromisure. Panda arrivò ufficialmente in Italia solo nell’estate, ma nessuno, o quasi, fece caso che i primissimi dati di riferimento:

  1. erano relativi a paesi diversi dall’Italia (Panda colpì ufficialmente circa un sito su dieci, quindi non aveva alcun carattere di universalità, come invece molti diedero per scontato)
  2. non erano numeri di Google, bensì di grosse aziende operanti nella SEO, ed estrapolati dall’indice di motori di ricerca propri (vedi Alexa, SEOmoz e SearchMetrics).

Presi come siamo dalla foga di tradurre liberamente quello che ci capita sottomano, a volte dimentichiamo questi aspetti fondamentali e questo, secondo me, è davvero grave: non è vero in generale che una statistica SEO per i paesi anglofoni valga pedissequamente anche per l’Italia, e questo perchè si tratta di volumi e qualità di traffico totalmente diversi tra loro.

Basterebbe anche solo guardare i Google Trends dei diversi paesi per intuirlo: e se questo non vi convince a fondo, aggiungete pure il fatto che alcune nicchie di mercato (anche di grande successo come quella degli e-book, ad es.), in Italia interessano probabilmente meno dell’1% dei navigatori. Come se non bastasse, raramente si considera che i dati pubblicati da SEOmoz o Search Metrics, ad esempio, sono relativi ad analisi effettuate con dati propri: di fatto, si tratta di contenuti atti a fare branding da parte dell’azienda, e convincerci ad affidare loro una consulenza.

Esse infatti, al di là del modo spesso superficiale in cui si presentano le statistiche di accesso ad alcuni siti (stimate), realizzano furbescamente una sostanziale strategia di marketing, ottenendo backlink a iosa da parte di ignari (ed un po’ incoscienti) blogger che si illudono di fare il bene collettivo. Per intenderci: vi siete mai chiesti che interesse abbiano queste aziende a pubblicare informazioni talmente preziose in rete, addirittura nei propri blog aziendali, mentre ad es. Google si guarda bene dal farlo?

In definitiva, in ambito SEO riuscire a lavorare direttamente in inglese sarebbe l’ideale: ma di fatto vengono richieste ottimizzazioni su siti prettamente italiani che, per le ragioni appena esposte, diventano molto complesse da effettuare. Questo dovrebbe diventare una scusa per sviluppare strategie finalmente originali e che, soprattutto, non siano legate a strategismi obsoleti che tentino di fregare i motori di ricerca ad ogni costo. Di fatto, comunque, è bene tenere gli occhi aperti sul panorama estero, perchè potrebbe riservare novità molto interessanti per il futuro, soprattutto in termini di applicazioni web utili per la SEO e mashup di vario genere.

  • Ottimo post.
    Una nota su Ezine: a causa del Panda – che lo distrusse nei rankings – elevò le condizioni per vedere un articolo pubblicato.
    Secondo: ormai l’articolo marketing è considerato come una tattica di bassa qualità, usata solo per rendere più vario il profilo link di un sito, o solo da chi proprio non riesce a fare link building usando metodi molto più significativi.
    Guest blogging, sì… Fa vera,ente incazz… che sia un concetto poco diffuso in Italia, quando invece è una tattica con cui tutti vincono: chi posta, chi ospita il post e gli utenti.

  • Bellissimo!
    Ti ringrazio per questo articolo, fondamentale per ognuno di noi. L’originalità sprizza da tutte le parole e sinceramente, è finito tra i miei preferiti/consigliati/pietre miliari!!!!!!!!!!!!!

    Una domanda:
    immagino che la quantità/qualità di traffico estero, sia dovuta ad un fattore particolare. E se venisse applicato in Italia? Quale fattore, porta ad un utilizzo migliore del web made italy?

    Non può essere solo la cultura di voler “navigare”: ci deve essere sicuramente qualcosa d’altro!!!!

  • Ottimo articolo, solo che trovo il titolo fuorviante. Anche perchè, se vogliamo pignoleggiare, anche tra i diversi “inglesi” ci sono differenze 😉

  • Ah… una cosa rispetto SEOmoz (e anticipo che intervengo anche perché loro Associato):
    hai ragione nel dire che quando SEOmoz presenta delle ricerche, queste sono oggettivamente condizionate dal fatto che il loro mercato principale è quello statunitense, però non mi sembra corretto dire che siano ricerche basate sulla finalità di promuovere i propri servizi di consulenza, anche per il semplice fatto che SEOmoz non fa più consulenza da due anni.
    L’importante, quando si leggono posts e ricerche fatte da siti e organizzazioni “anglofone” è soprattutto vedere le tendenze che loro individuano, perché lavorano sul .com e, quindi, sono esposti ai cambiamenti di algoritmo con notevole anticipo rispetto a noi che operiamo in google regionali in cui gli updates hanno effetto – solitamente – con sei mesi di ritardo.
    Questo ci permette mantenere uno stato di attenzione che altro non può essere che beneficioso. Per esempio, nel caso di Panda, solamente con vedere le analisi di come aveva colpito in USA prima e UK poi, e studiare i casi di recupero da Panda, avrebbe permesso a molti siti italiani colpiti dal agosto in poi a prepararsi per tempo. Non è tra l’altro da escludere che sia stato anche questo margine di manovra temporale che abbia permesso a non pochi siti di correggersi e “salvarsi”.
    Quello che si dovrebbe fare, quando si leggono le novità su post inglesi e americani, è appuntare e sperimentare per così prepararsi a quello che sarà realtà nei mesi successivi anche ds noi.
    Prendiamo un esempio per me eclatante: SPYW. Attualmente in Italia il 90% dei SEO sta facendo ben poco per prepararsi alla sua introduzione anche in Google.it, trattando Google+ come un peso al collo, di fatto facendo una politica miope. Quel 10% di persone che invece già adesso sta operando attivamente su G+ in maniera non spammosa e tale da essere “leader” nel suo mercato e per il suo target in quel medio, sicuramente partirà avvantaggiato quando Search Plus Your World sarà attivo anche in Italia (e ci manca poco, essendo, per esempio, già attivo in vari Google europei).
    Lo stesso si dica per l’uso di Schema e dei vari rel=”author” e “publisher”.

  • Grazie a tutti per i commenti, prima di tutto!

    Provo a rispondere singolarmente:

    @gianluca: grazie per essere intervenuto e per aver specificato su SEOmoz, una delle realtà che stimo maggiormente a prescindere, e non lo dico perchè ho davanti te 🙂 In effetti l’idea dell’articolo, nella parte da te indicata, riguardava quella che considero a tutti gli effetti una tecnica di link baiting piuttosto efficace, nulla di “malizioso” da parte mia per intenderci. Il problema che mi preoccupa è 1) chi non considera che si tratta di statistiche (margine di errore ecc.) e 2) chi pensa di poterle applicare a prescindere dal paese. Indubbiamente se abbiamo questo vantaggio di poter giocare d’anticipo ogni volta, addirittura di 6 mesi, mi pare che sia un’opportunità non da poco per tutti noi. Concordo appieno sul resto.

    @fabio: sì ho capito che intendi e posso darti ragione, in qualche modo: del resto l’articolo voleva mettere a confronto la mia esperienza in ambito SEO specificatamente per i blog, cosa di cui mi occupo prevalentemente, e che forse avrei dovuto indicare chiaramente.

    @andrea rossi: onestamente credo che dipenda “semplicemente” dalla maggiore universalità della lingua inglese, che ti permette un bacino di utenza decisamente più elevato di quanto non faccia la nostra lingua. Per migliorare in Italia basterebbe anche solo approfondire di più, riportare esempi, non essere astratti e non tendere alla “filosofia dei massimi sistemi” specie nei blog tecnologici. Forse è vero che siamo un tantino troppo auto-referenziali (vedi brutto vizio di tradurre articoli inglesi senza citarli), cosa che secondo me ereditiamo dal mondo universitario, nel quale il problema del copia-copia è diffusissimo a livello di articoli accademici. Ma ripeto, è solo un mio parere, grazie ancora a tutti 🙂

    • 🙂
      Sicuramente quando SEOmoz presenta i suoi studi non lo fa solo per amore alla scienza :)…
      Una cosa bisogna però dargli atto: credo che sia l’unico sito (o uno dei pochissimi) che quando realizza determinate ricerche presenta nel dettaglio la metodologia seguita e addirittura offre i dati puri da scaricare per eventualmente comprovare e/o contestare le loro conclusioni. Un atteggiamento che sarebbe fantastico altri utilizzassero.

  • lavorando per la parte italiana di un sito internazionale, mi accorgo come il SEO italiano sia completamente diverso da quello degli altri paesi. Le tecniche, il rapporto con i siti per eventuali linkbuilding, il guest posting, i cambiamenti di Google…ho come l’impressione che per molte cose in Italia la SEO sia ancora qualcosa da scoprire mentre in altri paesi europei sia una parte integrante e ben funzionante dell’online marketing di una azienda.

    E’ quello che dico sempre al mio team: leggete, informatevi, ma prima di credere a qualsiasi cosa , PROVATELA, perche’ solo cosi’ capite se si puo’ applicare al mercato italiano.

    Ho gradito questo post proprio perche’ sottolinea che la SEO in italia e’ diversa dalla SEO USA…quantomeno ribadisce il concetto di provare, provare e provare.

    • Salvatore Capolupo

      Ciao Alessio,

      non posso che concordare appieno con te: dalle nostre parti, in effetti, è un mondo ancora da scoprire, nel senso che troppi probabilmente dicono e fanno le cose per “sentito dire”. Credo che basterebbe semplicemente comunicare un po’ di più tra di noi per capirci qualcosa in più, e lavorare in cross-language mi sembra un’idea eccellente.

      Ho l’impressione che la comunità SEO italiana, con poche lodevoli eccezioni, sia piuttosto arroccata sulle “tecniche segrete” che si guardano bene dal dire apertamente. Raramente ho visto qualcuno che faccia capire anche a grandi linee come lavora nella realtà dell’ottimizzazione dei siti, e questo è un male secondo me: non che uno debba scoprirsi al 100%, ma un po’ più di chiarezza e comunicazione non guasterebbero.

  • Condivido in pieno il contenuto del post, da quando infatti mi sono avvicinato alle discipline SEO ho sempre interpellato e letto blog Esteri in lingua inglese, in Italia giusto il blog di Tagliaerbe ho seguito un po’. Beh manco a dirlo che la qualità e la preziosità dei contenuti non e’ neanche minimamente paragonabile. A parte SEOMoz vorrei citare anche Search engine wacht pubblica articoli di spessore, dettagliati e commentati da gente esperta.
    In conclusione dico anch’io che l inglese e’ la lingua di successo per poter diventare un professionista Marketing SEO. Ma d altronde quale altro settore non ha bisogno dell inglese come lingua principale? Leggo troppe volte gente che chiede traduzioni dall inglese su tutorials o articoli e questo per loro e’ veramente un grosso danno sia perché e’ più difficile imparare e sia perché non potrai mai dipendere da clienti Esteri , oramai indispensabile direi. Anch’io ho appunto ho il mio bloghetto in inglese e non ho mai avuto dubbi sulla lingua da utilizzare perché sapevo che avrei avuto molto più audience e attenzioni da chi come me opera in questo campo. Poi ovvio che ogni caso è storia a se, ma se non avessi imparato l inglese gli anni che ho vissuto all’estero sicuramente non avrei imparato tutto quello che posso sapere ora, Il SEO come tante discipline ha bisogno di essere letto, riletto e digerito periodicamente e mettere in atto tutto cio che si impara studiando e praticando.

  • Salvatore Capolupo

    Ciao Tommaso, ottime osservazioni anche da parte tua: in effetti la mancata conoscenza della lingua inglese è un problema per molti, senza contare che si specula addirittura sulle traduzioni, a volte… sarebbe auspicabile conoscerlo un po’ meglio, e contestualizzare sempre le cose che si leggono.

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