Google Penguin: solo i link naturali ci salveranno dai pinguini?

google-penguin-update
Tempo stimato di lettura: 10 minuti, 57 secondi
Pubblicato il 28 maggio 2012

Google Penguin è sulla bocca di tutti da diversi giorni, e – come già avvenuto per altri aggiornamenti analoghi – si sono propagate viralmente tra i blogger una marea di congetture, ipotesi e teorie a riguardo. Qualcuno ha anche proposto, in modo secondo me un tantino presuntuoso, delle specifiche “cure” per le vittime presunte di questo ennesimo giro di vite: esse, peraltro, se messe in atto senza riflettere potrebbero risultare disastrose o auto-lesioniste.

Veridicità, realismo ed attendibilità: termini molto in voga all’interno degli articoli che discutono di Google Penguin Update, ma che restano spesso vuoti propositi, perennemente violati dalla voglia di “fare lo scoop” e ricevere visite anche a costo di inventarsi letteralmente notizie e “strategie”. Il Pinguino, esattamente come il Panda a suo tempo, non è stato da meno: probabilmente più discusso che analizzato, più arricchito di congetture che studiato nel dettaglio, ha fatto scatenare approcci strategici “ritorsivi” apparentemente validi ma, a ben vedere, piuttosto inutili per non dire “distruttivi”. Qualcuno ad esempio ha proposto di eliminare i backlink con chiavi di ricerca in corrispondenza esatta: ma siamo sicuro che così non si vanifichi semplicemente il duro lavoro che molti di noi hanno effettuato in assoluta buonafede?

Al fine di potervi introdurre all’argomento e farvi comprendere i rischi di un approccio troppo basato “sulla fiducia”, è necessario che chiarisca un paio di concetti utili che ritorneranno nel seguito. Ciò che proverò a illustrare in questo nuovo articolo riguarda essenzialmente due aspetti:

  1. non è detto (ed è impossibile da verificare, di fatto) che i tuoi problemi derivino da Google Penguin;
  2. non è detto, più in generale, che tu debba attuare delle contromisure come la brutale rimozione dei tuoi backlink.

Andiamo con ordine, dunque, e cerchiamo di comprendere come si possa agire in modo realmente produttivo sulla qualità del proprio sito.

Pattern, modelli e altre storie

Pattern è un termine anglofono molto comune nella lingua italiana, che assume vari significati a seconda del contesto (schema, modello ricorrente); esso viene utilizzato per indicare una regolarità che si riscontra all’interno di un insieme di oggetti, e nell’ambito SEO e link building indica un insieme di link che possiedano delle caratteristiche tali da potersi ricondurre ad un “tracciato” ben definito. Ad esempio:

  • un banale link pattern potrebbe essere una “piramide di link”, nella quale tutti gli interlink in basso servono ad incrementare il PageRank del sito al vertice;
  • un modello di distribuzione di backlink ulteriore, suggerito da alcuni esperti, prevede delle percentuali di distribuzione prefissate per quanto riguarda le anchor text usate (esempio: 80% casuali / 20% mirate);
  • un ulteriore esempio sulla stessa falsariga può essere la cosiddetta link wheel, nella quale ogni pagina è collegata alla successiva e l’ultima ricollega la prima.

Link pattern: l’insieme dei backlink verso il tuo sito

Consideriamo adesso l’indice di Google, e prendiamo in considerazione tutte e sole le pagine che puntino direttamente il tuo sito web. Tale sottoinsieme, inclusi gli eventuali redirect 301 da tinyurl, goo.gl e simili, definisce ciò che chiameremo “link pattern” o “profilo di backlink“, e che assumeremo essere interessante ai nostri scopi. I link che puntano al nostro sito sono visionabili integralmente (anche se non in real-time) grazie al nostro Webmaster Tools, mentre se volessimo curiosare tra i link pattern della concorrenza dovremmo basarci su stime approssimative che vengono proposte, ad esempio, da Alexa o Ahrefs. È appena il caso di fare presente, in questa sede che:

  • possono esistere più link pattern, a seconda dell’indice di riferimento (Bing, Alexa, Google, Search Metrics …), per uno stesso sito;
  • essi normalmente non coincidono e, per ovvie ragioni, non sono paragonabili tra loro.

Penguin Update: unusual linking pattern

Il pinguino è un update algoritmico essenziale, a quanto ci dicono, per la lotta allo spam nei risultati di ricerca, e si può riassumere in due nodi cardine fondamentali.  In primis vengono deprecati i pattern di link “insoliti” (precisamente “unusual“) che possono creare problemi e (plausibilmente) penalizzazioni: si tratta di insiemi di backlink scorrelati rispetto al focus della pagina, inseriti da alcuni webmaster per motivi che prescindono dall’utilità per il lettore. Un esempio piuttosto azzeccato sembra essere, ad esempio, il “sovraccarico” di link affiliati inseriti in alcune landing page, quasi sempre a casaccio e nella magra speranza di “adescare” qualche click di troppo.

La cosa che ho trovato un po’ spiazzante, personalmente, è che non si capisce se la penalizzazione possa colpire chi fornisca o chi riceva unusual backlink. Effettivamente entrambe le opzioni sembrano avere senso, anche se resta vero che i link in ingresso sono a volte incontrollabili, e Google ovviamente lo sa: il tutto sembra dunque ridursi ad un invito a non concedere “aiutini” dai propri siti autoritativi oltre che, come sempre, a limitare o eliminare l’annosa compra-vendita di link.

Keyword stuffing: un mito che tarda a tramontare

Non mi meraviglia, osservando la scarsa qualità che esce fuori da alcune ricerche, che il secondo aspetto su cui Penguin si sia concentrato sia la penalizzazione del webspam determinato dallo stuffing: la ripetizione incondizionata ed inutile di alcune porzioni di testo affligge molti siti che cercano, in modo sostanzialmente ingenuo, di essere favoriti per la prima pagina dei risultati. La cosa più irritante di questa tecnica (neanche definibile black hat per quanto semplicistica), è che a volte – pru senza un reale rapporto causa-effetto – per determinate nicchie finisce addirittura per funzionare, e per un tempo tipicamente limitato. Questo ovviamente non vuol dire che debba essere utilizzata, anzi è plausibile che venga specificatamente penalizzata – per l’ennesima volta, a questo punto – dall’update in questione. Ripetizioni fastidiose ed inutili nel testo di un articolo, a volte nel suo titolo oppure all’interno di un widget, allo scopo di ottenere chissà quali vantaggi.

Personalmente nessuno dei miei portali ha ricevuto un calo di visite dopo la fatidica data di lancio dell’update (24 aprile 2012), per cui qualcuno potrebbe biasimarmi perchè non mi sto basando sui fantomatici (in questo caso) “dati reali”. Per quanto ne so gli unici dati reali che sarebbe utile visionare non saranno mai globalmente disponibili (WMT), quindi il problema banalmente non si pone. Non potremo fare altro, quindi, che assemblare informazioni parziali e spesso manipolabili a piacere (vedi ad esempio i dati di SearchMetrics, totalmente inutili da analizzare se ci riferiamo di Google, per quanto scritto in precedenza). L’occasione è utile per rilanciare il tema, ed arrivare finalmente al punto cruciale della questione.

Come è fatto un “buon” link pattern?

Prendiamo in considerazione la popolazione di tutti i link pattern esistenti rispetto ad un indice prefissato (quello di Google, per capirci): assumendo di poter vedere tutto nel dettaglio, proviamo a chiederci come potrebbero essere fatti, nella media, questi gruppi di backlink. Possiamo ad esempio partizionare un link pattern:

  • individuando i collegamenti con attributi nofollow e dofollow,
  • facendo una suddivisione sulla base dell’attributo rel=”bookmark”;
  • clusterizzando in base all’età del dominio di provenienza;
  • suddividendo in base al tipo di ancora usata;

e decine di altri criteri ulteriori. Quale che sia il metodo scelto, in questa sede ci interessa riconoscere che quasi tutti i link pattern annessi ai siti di maggior successo (vedi Vimeo vs. Youtube, per esempio) non sembrano possedere caratteristiche comuni facilmente individuabili, nè a livello qualitativo nè tantomeno quantitativo. È lecito che molti SEO cerchino backlink dagli stessi siti da cui provengono quelli dei competitor, cercando di “imitare” forma e dimensione di un profilo di successo; questo può avere senso, ma nella pratica ogni pattern finisce per fare storia a sè, e non sembra esistere uno schema ricorrente ideale valido per tutti. Questo perchè, per la precisione, se esistesse qualcosa del genere sarebbe immediato per molte persone farne abuso.

In effetti portali come Repubblica, il blog di Beppe Grillo o Vimeo sono stati aiutati nella loro popolarità da backlink di altri blogger (blogroll), da citazioni in articoli autorevoli, addirittura (forse) da inserimenti in vetuste directory. Ma la cosa più interessante, a mio avviso, è che questi collegamenti sono del tutto naturali, ovvero contengono backlink che quantomeno hanno la parvenza di “naturalità”, con altrettante irregolarità (“mancanza di pattern”) incluse. Se così non fosse, di nuovo, sarebbero prima o poi semplicemente “punite”.

Cosa c’entrano i link pattern coi poveri pinguini?

La natura è fatta di irregolarità, e anche le forme più bizzarre riconoducibili a pattern ben noti raramente si riescono a modellare con precisione del 100%. Possiamo quindi pensare che i pinguini amino gli ambienti senza contaminazioni, e riescano ad adattarsi a diverse “condizioni” senza reagire troppo malamente, vivendo anche in “cattività” e a patto di non… inquinare il loro mondo. I suddetti backlink “buoni” hanno evitato di forzare la mano nel tempo, ovvero hanno presentato pattern senza alcuna caratteristica specifica, in un certo senso “mediocri” (o naturali, per l’appunto): la cosa, per quanto apparentemente bizzarra, appare del tutto evidente confrontando più link profile che difficilmente presentano caratteri di “somiglianza” tra di loro.

A volte alcuni pattern vengono considerati dagli esperti come “ideali”, o migliori di tutti: ma a questo punto, alla luce di quanto scritto, l’ipotesi appare quantomeno poco realistica. Il problema risiede proprio nella ricerca morbosa di un pattern perfetto da applicare (non esiste, a quanto ne possiamo dedurre), e anzi Google Penguin sembra suggerire che teoricamente qualsiasi pattern, per quanto dall’aria “amichevole”, potrebbe rischiare una penalizzazione.

L’unico link “buono” è quello… naturale

Non voglio creare allarmismi inutili o aggredire il vostro modo di lavorare giusto per fare scalpore: quello che mi piacerebbe esprimere è che Google Penguin si presenta a mio avviso come l’ennesimo “antidoto” contro tutti i link pattern troppo “studiati a tavolino”, ovvero che:

  1. presentino eccessive ripetizioni nel testo (stuffing);
  2. possiedano/concedano certe quantità backlink non contestuali.

Certamente l’eccessiva celerità di acquisizione del processo di link building – es. 10.000 backlink al giorno – potrebbe contribuire (anche se l’articolo non ne parla) a far sembrare “poco normale” il tutto, mentre un’acquisizione lenta e “spontanea” (anche quando la stiamo… guidando noi) sembra la strada migliore da percorrere. E parrebbe essere così, cosa ancor più importante, a prescindere da qualunque update algoritmico presente o futuro. È questo il motivo per cui ritengo, senza per questo voler apparire saccente (ne abbiano fin troppi …), che si possa definitivamente trascurare qualsiasi strategia troppo mirata a fare da “reazione” al contraccolpo “pinguiniano”. Molto meglio preoccuparsi delle solite cose (contenuti, qualità, pertinenza ecc.) anche visto che, non dimentichiamo, Penguin Update non ha sicuramente colpito tutti i siti del mondo indistintamente.

E c’è di più: siete stati colpiti da Penguin? Bene: come fate a dare validità ad un’affermazione forte come: “il calo di visite del mio sito è dovuto a Google Penguin“? Voglio dire che dovreste trovare le prove del fatto che sia effettivamente quella la causa: non sarà affatto banale farlo, ve lo garantisco, e non sarà solo questione di confrontare una data. Se trovate molti backlink mirati su parole chiave specifiche, del resto, non è neanche il caso di allarmarsi, poichè non c’è traccia, nel comunicato di Google, di “ritorsioni” per chi usi àncore mirate piuttosto che random. Qualcuno ha suggerito che il “pericolo” delle ancore “troppo numerose” ci sia ugualmente, ma se ci pensate non ha alcun senso applicare strategie altrui dando per buono che vadano bene per il vostro sito. Evitate, in definitiva, di commettere quello che potrebbe rivelarsi un semplice harakiri (“tolgo tutti i backlink, non si sa mai“…) a vantaggio dei vostri competitor.

Ammesso che si sia trovata una prova convincente, che non sia la solita correlazione statistica che lascia il tempo che trova, sarà semmai necessario concentrarsi a far crescere i backlink indispensabili e utili a qualcuno (eliminando eventualmente quelli che “fanno numero” e non portano visite). Poco importa se, a questo punto, abbiate il 6.5% di ancore mirate ed il 93.5% casuali o viceversa: qualsiasi scelta facciate a priori potrebbe in futuro essere vista come “sospetta”, ed il modo più semplice per stare tranquilli è procurarsi backlink di qualità senza fare alcun calcolo di comodo diverso da un banale principio di utilità.

Conclusioni

Sto monitorando la chiave “google penguin” (guarda caso) da circa una settimana, ed ogni giorno escono fuori risultati differenti in nome, forse, del principio di freshness che l’azienda ha decantato con un certo orgoglio qualche mese fa. I contenuti indicizzati di recente, a patto che il topic portante sia particolarmente “caldo” (nel senso di pertinente, commentato, condiviso e via dicendo), vengono “favoriti” da Google anche se il dominio non è troppo famoso.

Ne ho avuto la prova all’inizio di questo mese pubblicando sul mio blog un approfondimento su questo update algoritmico, che è rimasto in prima pagina tra la terza e la quarta posizione per alcuni giorni. La cosa che trovo più interessante da segnalare è che il backlink pattern per la pagina in questione era costituito al massimo da un paio di segnalazioni su OkNotizie e simili senza nient’altro, a parte la building che faccio indipendentemente per le varie pagine del mio blog, fatta di link nofollow, ancore casuali e/o mirate e senza alcun conteggio specifico. Questo, nel suo piccolo, serve come ulteriore prova di come non sia utile essere troppo monolitici nel proprio lavoro.

Se servisse a qualcuno, Matt Cutts ha messo a disposizione un form per segnalare i siti che siano stati colpiti ingiustamente dal Pinguino; personalmente ho qualche dubbio sulla sua effettiva utilità ma il link in questione potrebbe essere un riferimento minimale in caso di difficoltà, certamente più sensato di ulteriori analisi troppo azzardate.

Foto: Non opere derivate Alcuni diritti riservati a SouthEastern Star ★

Shares