Come si ripercuoterà il “diritto all’oblio” sui motori di ricerca?

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Pubblicato il 17 giugno 2014

Come sappiamo, dopo il pronunciamento della Corte di Giustizia Europa, Google Inc. ha dovuto rendere possibile, mediante un apposito modulo online, la rimozione di dati sensibili che possano riguardare le persone o lederne la privacy. In particolare, secondo il file PDF, lo scenario riguarda la ricerca di nomi di persona (search made on the basis of a person’s name) sotto determinate condizioni (under certain conditions), qualora appaiano informazioni irrilevanti o inopportune.

Si tratta di rimuovere i dati sconvenienti e di notificare agli utenti di Google, come ha ipotizzato SEW, che quei dati siano stati rimossi per via di un provvedimento esterno: un po’ come avviene per le violazioni di copyright, insomma. Un problema di privacy, insomma, su cui apparentemente non c’è nulla da eccepire.Google, che si troverà a dover gestire una mole di dati enorme all’improvviso, ha risposto alla decisione con un certo, contenuto scetticismo, affermando che valuterà “ogni singola richiesta” cercando “di bilanciare i diritti sulla privacy della persona con il diritto di tutti di conoscere e distribuire le informazioni“. Ma è chiaro che non può essere d’accordo con una decisione del genere: e forse, a ben vedere, neanche noi dovremmo esserlo.

Scrivevo poco fa del diritto di “conoscere e distribuire le informazioni“: roba non da poco, che chiunque – dal SEO navigato all’utente in cerca di qualsiasi cosa – tocca con mano ogni giorno. Quali ripercussioni avrà questa decisione lato SEO? Una volta ho dovuto effettuare un lavoro di adeguamento delle anagrafiche di un’azienda, che compariva su Google su vari siti esterni con anagrafiche e numeri di telefono discrepanti: quello che ho fatto, in quel caso, è stato contattare quei siti uno ad uno. Arrivo al punto tra un attimo.

Credo che sia interessante affrontare apertamente un problema sottovalutato un po’ da tutti, e questo perchè:

  1. nonostante il senso di libertà che la decisione offre, molti utenti non hanno idea di come – e se – rimuovere i propri dati da Google; per molti di loro è già difficile iscriversi ad un sito, o capire che Google non è internet, figuriamoci compilare un modulo in cui dover fornire link, dettagli vari nonchè una lecita causa per la rimozione. E chi stabilisce, punto primo, cosa sia lecito rimuovere e cosa invece no?
  2. non ultimo, molti utenti non considerano che non apparire su Google non coincide con la rimozione fisica dei dati dai server che ne hanno abusato. Moneyhouse, ad esempio, ha pubblicato impunemente i dati di migliaia di persone (inclusi minorenni), e non è rimuovendo quel sito da Google che si risolve il problema: spiacente, è solo una “pezza a colori”. Quel sito resterà raggiungibile da chiunque e, dal canto suo, che colpa ne ha Google se quei dati erano pubblici? Semmai il problema si risolve bloccando l’hosting illegale o, se preferite, andando alla fonte di quei dati: non dando la colpa a chi li ha inseriti a sua volta nel proprio indice. Erano dati pubblici.
  3. Terzo punto: se il vostro nome fosse associato a party universitari di cui vi siate pentiti, tanto per dire, potrebbe non bastarvi rimuovere quelle pagine da Google, visto che qualcuno potrebbe trovarle comunque. Credete sia fantascienza? Pensate al materiale compromettente o “irrilevante” pubblicato su Facebook (leggasi: tutti sanno andare su facebook.com e farsi gli affari degli altri), su 4chan o su Twitter: poi riparliamone. Oppure sappiate che esistono portali che permettono di cercare foto su Instagram con tanto di geolocalizzazione (a misura di stalker, tanto per dire), che di solito sfruttano falle ed ingenuità degli utenti di quel sito, non certo di Google.

Il rischio è che questa decisione, inosmma, non vada a responsabilizzare gli utenti, come sarebbe giusto, bensì ad illuderli.

E poi…

Il problema della privacy non è relativo solo ai motori di ricerca, ma va generalizzato all’uso del web: il rischio, altrimenti, è quello di prendersi un “pasticcone” di abbagli, o se preferite fissarsi sul dito mentre si indica la luna. Tra l’altro, c’è un ulteriore punto che rischia di cambiare pesantemente il mondo (anche) delle consulenze SEO. C’è già qualcuno che coglie la palla al balzo, in questo momento, per vendere consulenze a pagamento, alla faccia di un diritto – come quello della privacy – che dovrebbe essere gratuitamente garantito a tutti. Diventa pure lecito farlo, ad un certo punto, ma fa riflettere come sia stata la decisione di un organismo  “imparziale” e “super partes” ad averlo alimentato.

In altri termini, immaginiamo che un profano cerchi su Google “diritto all’oblio“: ecco cosa appariva fino a ieri.

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Un annuncio a pagamento di Google Adwords, tanto per dire, che propone un servizio di consulenza, di aiuto per il cliente dalla privacy lesa. Non c’è male, insomma: se voglio essere rimosso da Google, pago una persona perchè lo faccia per me. Il cliente non sa troppo bene perchè, ma ha sentito dire che si deve fare: ergo, lo fa. Che poi il problema sia in parte questo, poco importa.

Ironicamente potremmo concludere che la decisione della Corte ha, se non altro, rinforzato un settore di mercato: l’ingaggio di tanti “consulenti all’oblio” (che fa molto fantascienza), che mi sappiano illudere che rimuovendo da Google certi risultati non debba preoccuparmi di nient’altro. Poi, ovviamente, potrò tornare a postare (ed in pubblico) foto di miei familiari, selfie osè (che acchiappano sempre, si sa), scansioni della mia carta di credito, numeri di telefono e chissà che altro. Insomma, non se ne esce, tantomeno se ne esce con una decisione che rischia di fare più danni che altro: pensiamo ad un truffatore, un personaggio pubblico dal passato criminale o un politico corrotto, che richiedano che i propri dati siano rimossi da Google.

Il problema non sono, quindi, Bing o Google che scansionano pagine web (come se fosse illecito farlo a prescindere, a momenti), quanto le politiche scellerate di tantissimi siti web che lasciano scansionare ai motori qualsiasi cosa, compresi i dati sensibili: foto geolocalizzate, anagrafiche, numeri di telefono, indirizzi email.

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