Come l’eccessiva emotività rovina la tua scrittura

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Pubblicato il 11 febbraio 2015

Tempo fa ho letto un interessante articolo su Copyblogger in cui si analizzava l’uso eccessivo dell’emotività nella scrittura, definendolo come un pericolo concreto per la credibilità (ma anche il marketing) di un’azienda. Voglio riproporlo in versione “personalizzata” per voi lettori.

L’autore parte dal presupposto che utilizzare l’emotività, specialmente affiancata alla conoscenza che si ha del potenziale cliente, è un bene, perché permette al lettore di sentirsi parte di una storia e condividere stati d’animo e pensieri. Quando però l’emotività supera le intenzioni, non mantenendo un giusto equilibrio, si può avere un ritorno contrario e negativo rispetto a quanto si aspetta l’azienda. Scrivere amplificando le emozioni, quindi, può essere un vero e proprio ostacolo.

Un esempio italiano

Quello che di prezioso abbiamo (cioè la conoscenza diretta dei nostri lettori, posto che abbiamo consapevolmente fatto un’analisi precisa del nostro target) può tornarci utile nel momento in cui scriviamo per chi ci legge, offrendo spunti e soluzioni per risolvere problemi concreti. Non dobbiamo dimenticare, però, che esistono altri lettori, che hanno problemi magari diversi o che non hanno affatto problemi e cercano semplici informazioni che forse non trovano, proprio perché siamo troppo impegnati a risolvere i problemi degli altri.

L’esempio che voglio riportare io è quello di un noto caso italiano: Salvatore Aranzulla. Molti si chiedono come Salvatore possa aver avuto tanto successo scrivendo articoli talmente semplici da risultare banali. Vuoi fare una prova? Se cerchi “Come spegnere un iPhone“, troverai lui in prima posizione. Ancora: cercando “Come accendere l’iPad” stai pur sicuro che troverai ancora Salvatore nelle prime posizioni. Cosa significa questo? Salvatore scrive per tutti. Non si focalizza sui problemi particolari del lettore, ma parte dai semplici eppur ignorati problemi che qualsiasi lettore ha.

Questo è il suo successo: scrivere per tutti, limitando l’emotività al massimo e tenendo veramente conto di chi legge. In fondo non siamo tutti nativi digitali, giusto?

Sì alle descrizioni, no alle esagerazioni

Secondo l’autore, esagerare emotivamente quando si descrive una sensazione o uno stato d’animo può far letteralmente scappare il lettore. L’esempio che fa è abbastanza esplicito: supponiamo di dover scrivere un articolo che aiuti a superare il panico nel parlare al pubblico. Iniziando il post descrivendo le sensazioni con parole tipo “Mani sudate, voce tremante, nausea, agitazione eccessiva” e via dicendo può portare il lettore a non voler continuare la lettura, semplicemente perché questa eccessiva emotività può dissuaderlo dal credere che possa esistere un’effettiva soluzione al problema. Bisogna tenere conto dello stato d’animo del lettore nel momento in cui sta leggendo, ci ricorda l’autore. Ed è vero.

Se infatti sto cercando una soluzione a quel problema e il tuo articolo non fa altro che ricordarmi come ci si senta con quel problema, io cambierò strada. Meglio scrivere utilizzando meno emotività e più concretezza.

La cattiva manipolazione degli stati d’animo

A volte si cade nel pericoloso e ingiusto bisogno di manipolare l’altro per ottenere ciò che si vuole. Manipolare un pensiero è semplice se si spinge troppo sull’emotività e se si hanno davanti persone facilmente impressionabili.

Il lettore è pur sempre una persona e come tale ha differenti livelli di sensibilità. Cerchiamo allora di evitare i casi estremi e iniziamo ad essere consapevoli che quel che scriviamo (o diciamo) ha un effetto decisivo che incide anche sulla credibilità della nostra azienda (o del nostro prodotto). Una volta che il lettore capisce di essere stato manipolato, difficilmente tornerà a rivolgersi a noi e il suo passaparola sarà così dannoso da costringerci a partire da zero.

Come evitare, allora, di far sentire il lettore un manipolato? l’autore ci consiglia di:

  • Evitare i casi estremi e personalizzare la scrittura tenendo conto dei tanti bisogni effettivi del lettore. Non tutti hanno un estremo e urgente bisogno di un salva-vita.
  • Migliorare e aggiornare l’offerta, costruendola esattamente secondo il profilo del lettore. Non si riesce mai ad azzeccare la proposta giusta la prima volta, quindi aggiornare e revisionare sempre, sempre e sempre.
  • Si possono evitare gli estremismi solo se si conosce veramente il proprio pubblico. Questo è importante, perché se non sai per chi stai scrivendo sarà davvero inutile il tuo sforzo.

Alla fine…

Alla fine ognuno di noi ha il suo personale modo di scrivere. Quello che però si deve tenere bene a mente è che quando si scrive per conto di un’azienda o di un prodotto è a questi che la nostra scrittura sarà sempre affiancata. Basta poco per distruggere un’intera reputazione. Sei d’accordo? Hai qualche esempio di brand o prodotto la cui presentazione ha negativamente influito sull’azienda?

 

  • Prima di tutto voglio farti i miei più sinceri complimenti per il messaggio positivo che traspare dal tuo bel articolo cioè: “Non aggiungere altra pena alla pena” (Joe Vitale).

    Per rispondere alla tua domanda riguardo qualche esempio di brand o prodotto, posso segnalarti una campagna pubblicitaria – secondo me di cattivo di gusto – di una nota marca specializzata in apparecchiature elettroniche e telefonini, che ha scelto di veicolare il proprio messaggio attraverso un’immagine in cui si vede un malato in un letto d’ospedale, al quale è stata staccata la spina collegata al boccaglio per l’ossigeno, per ricaricare la batteria di un telefonino (almeno così sembra) di un tizio seduto sorridente sulla sedia affianco.

    Di sicuro il marchio avrà fatto parlare di sé, non ho dubbi, e magari la pubblicità in questione non avrà influito negativamente sull’azienda, ma a leggere i commenti sul web non ha raccolti consensi positivi, anzi.

    • NybeCommunication

      Ciao Nick.
      Grazie per i complimenti 🙂

      Ho visto la pubblicità di cui parli e in effetti era molto, ma molto triste.
      Ecco, in questo caso la comunicazione si è rivelata un vero e proprio peso, ma nel senso negativo del termine.

      Il “purché se ne parli” è ormai un mito da sotterrare.
      Direi che siamo nell’epoca in cui vale il “purché se ne parli bene”.

      No?

      • Sono d’accordo con te, Beatrice.

        Può esistere solo una direzione: quella verso la qualità del messaggio; “purché se ne parli” è esattamente la direzione opposta.

        Oltretutto, la nicchia che desidero raggiungere attraverso i miei articoli percepirebbe subito il “sotterfugio” (di questo ne sono certo).

  • Ivano Steri

    Caspita Bea, articolo davvero interessante. Probabilmente la chiave di volta è l’equilibrio: una scrittura troppo tecnica rischia di allontanare, ma calcare troppo sulle emozioni – “estremizzare – può portare nel pericoloso (e inefficace) mondo degli imbonitori da strapazzo. Non è certo una sfida facile!
    A presto!

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